Quando due periti giungono a conclusioni opposte: esperienza, bias e metodo scientifico

Intro
Quando due perizie grafologiche giungono a conclusioni opposte, il problema non può essere risolto affidandosi soltanto all’autorevolezza del professionista, agli anni di esperienza o alla sicurezza con cui viene formulato il giudizio.
Per comprendere quale valutazione sia realmente più affidabile occorre guardare oltre la conclusione e analizzare il percorso seguito: qualità e rappresentatività delle comparative, metodo adottato, gestione delle ipotesi alternative, controllo dei bias cognitivi e proporzionalità delle conclusioni rispetto agli elementi disponibili.
Questa serie di tre contributi affronta il rapporto tra esperienza, dato scientifico e affidabilità della prova grafologica, offrendo alcuni criteri utili per leggere criticamente una consulenza tecnica e comprendere le ragioni per cui professionisti esperti possono interpretare diversamente lo stesso documento.
Abstract
L’esperienza professionale costituisce una componente essenziale della competenza del consulente, ma non coincide automaticamente con la prova scientifica o attendibilità.
Attraverso tre contributi dedicati alla distinzione tra dato empirico e dato scientifico, alla legge dei piccoli numeri e alle divergenze tra professionisti esperti, viene analizzato il modo in cui campioni limitati, materiale comparativo non rappresentativo, aspettative iniziali e bias cognitivi possono influenzare la valutazione grafologica.
Una particolare attenzione è riservata alle consulenze di parte, nelle quali il tecnico opera all’interno di una ricostruzione già prospettata dal cliente e dal difensore. Tale condizione non rende la perizia meno attendibile, ma richiede maggiore consapevolezza metodologica, trasparenza e controllo del rischio di conferma dell’ipotesi iniziale.
L’affidabilità di una perizia non dipende quindi soltanto dall’esperienza del suo autore o dalla fermezza delle conclusioni, ma dalla qualità dei dati, dalla rappresentatività del quadro comparativo, dalla considerazione delle ipotesi alternative e dalla possibilità di ricostruire e verificare l’intero processo logico-inferenziale.
𝐃𝐚𝐭𝐨 𝐞𝐦𝐩𝐢𝐫𝐢𝐜𝐨 ≠ 𝐝𝐚𝐭𝐨 𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐨
Uno degli errori più frequenti, anche nell’ambito della grafologia forense, consiste nel confondere l’esperienza professionale con la prova scientifica o con l’attendibilità dei risultati.
Il dato empirico nasce dall’osservazione diretta e dall’esperienza maturata sul campo:
Si tratta certamente di informazioni utili, che possono orientare l’osservazione e contribuire alla formulazione delle ipotesi. Tuttavia, da sole, non sono sufficienti per fondare conclusioni generalizzabili o tecnicamente dimostrate.
Il dato scientifico richiede qualcosa di diverso.
Deve essere raccolto attraverso un metodo esplicito, documentato e verificabile. Le osservazioni devono poter essere controllate, ripetute e sottoposte a confronto, tenendo conto della variabilità naturale della scrittura, della qualità del materiale comparativo, delle condizioni di produzione del documento, dei possibili errori e delle ipotesi alternative.
La differenza è sostanziale.
Se dieci periti formulano la stessa conclusione sulla base della propria esperienza, abbiamo dieci valutazioni professionali concordanti.
Se, invece, gli elementi grafici vengono rilevati secondo criteri condivisi, descritti in modo trasparente, confrontati con materiale adeguato e valutati rispetto a ipotesi alternative, iniziamo a costruire una base realmente scientifica.
La scienza non sostituisce l’esperienza del consulente, la sottopone a controllo, la rende esplicita, verificabile e comunicabile.
Per questo, davanti ad affermazioni come:
«Faccio questo lavoro da trent’anni, quindi sono in grado di concludere in modo certo»,
la domanda da porsi dovrebbe essere sempre la stessa:
Quella conclusione deriva da una semplice esperienza personale oppure da elementi tecnici documentati, verificabili e valutati secondo un metodo scientifico?
È proprio da questa distinzione che nasce la necessità, nella grafologia forense, di superare le affermazioni apodittiche e di fondare ogni conclusione su dati osservabili, criteri trasparenti e processi logico-inferenziali controllabili.
L’esperienza rimane indispensabile.
Ma senza metodo rischia di trasformarsi in convinzione.
E una convinzione, per quanto radicata, non è ancora una prova.
𝐋𝐚 𝐥𝐞𝐠𝐠𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐢 𝐧𝐮𝐦𝐞𝐫𝐢: 𝐢 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚
«Faccio questo lavoro da trent’anni».
«Ho esaminato centinaia di firme e testamenti».
Sono affermazioni ricorrenti anche nell’ambito della grafologia forense e meritano certamente rispetto. L’esperienza professionale è una risorsa preziosa: consente di riconoscere configurazioni ricorrenti, individuare anomalie e formulare ipotesi investigative.
Ma è davvero sufficiente per attribuire valore generale a ciò che si osserva?
Daniel Kahneman descrive un errore cognitivo noto come legge dei piccoli numeri: la tendenza a ritenere che un numero limitato di osservazioni sia rappresentativo della realtà nel suo complesso.
Un professionista può aver esaminato centinaia di casi nel corso della propria carriera. Numeri che, considerati isolatamente, possono apparire molto elevati.
Tuttavia, il punto non è soltanto quanti casi si sono osservati, ma come questi casi si distribuiscono e quanto siano rappresentativi.
I casi affrontati da un consulente non costituiscono quasi mai un campione casuale. Possono essere influenzati:
- dalla tipologia di incarichi ricevuti;
- dal contesto professionale e giudiziario di riferimento;
- dalle modalità con cui i casi arrivano al consulente;
- dalle caratteristiche dei documenti esaminati;
- dalla disponibilità e qualità del materiale di confronto;
- dai criteri, anche impliciti, con cui si selezionano e si ricordano i casi.
L’esperienza personale è quindi una raccolta di osservazioni selezionate, non necessariamente una rappresentazione completa del fenomeno.
Questo non significa che l’esperienza sia irrilevante, ma che non può essere considerata, da sola, una base sufficiente per generalizzare.
La frequenza con cui un certo elemento o fenomeno viene osservato nella propria pratica non coincide automaticamente con il suo reale peso interpretativo.
La scienza inizia proprio quando le osservazioni individuali vengono organizzate, descritte in modo trasparente, confrontate con dati più ampi e sottoposte a verifica.
È attraverso questo processo che possiamo distinguere:
- ciò che abbiamo osservato più spesso;
- ciò che riteniamo significativo sulla base dell’esperienza;
- ciò che può essere sostenuto con maggiore solidità rispetto alle ipotesi considerate.
La domanda che ogni professionista dovrebbe porsi, quindi, non è soltanto:
«Quanta esperienza possiedo?»
Ma anche:
«Le mie osservazioni sono sufficienti per trarre conclusioni generali, tali da permettermi di concludere la perizia in modo granitico? Oppure riflettono un insieme limitato e selezionato di casi o elementi?»
La competenza non consiste nel considerare la propria esperienza come prova definitiva.
Consiste nel riconoscerne il valore, mantenendo però un atteggiamento critico e aperto alla verifica.
Perché molti anni di esperienza possono consolidare una competenza, ma possono anche consolidare, nel tempo, convinzioni che non sono mai state realmente messe alla prova.
𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐝𝐮𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢𝐬𝐭𝐢 𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐭𝐢 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐠𝐢𝐮𝐧𝐠𝐞𝐫𝐞 𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐥𝐮𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐨𝐩𝐩𝐨𝐬𝐭𝐞?
Quando due professionisti esperti formulano conclusioni diametralmente opposte sullo stesso documento, la spiegazione più immediata è spesso una sola:
uno dei due deve essere incompetente.
Ma non è necessariamente così.
Il contrasto può dipendere da differenze metodologiche, dalla qualità del materiale disponibile, dal diverso peso attribuito agli elementi osservati e, non da ultimo, dai limiti cognitivi che interessano ogni processo valutativo.
Tra questi assume particolare rilievo la legge dei piccoli numeri, descritta da Daniel Kahneman: la tendenza a considerare un insieme limitato di esperienze ed elementi anche interni al caso come rappresentativo dell’intero fenomeno, un aspetto che spesso coinvolge internamente lo studio della variabilità grafica del soggetto e il suo modus scribendi, dettato da un quadro comparativo che noi crediamo esaustivo, quando in realtà non è affatto rappresentativo.
Nei piccoli campioni, inoltre, gli esiti estremi sono più frequenti.
Facendo un esempio banale e scolastico, un professionista può aver osservato, nel corso della propria attività, numerosi casi nei quali una determinata caratteristica grafica era associata a un’imitazione.
Un altro, altrettanto preparato, può aver riscontrato la stessa caratteristica soprattutto in scritture autentiche, condizionate dalla variabilità naturale, dall’età, dalla malattia o da particolari condizioni esecutive.
Entrambi possono ragionare in buona fede.
Entrambi possono essere convinti che la propria esperienza descriva correttamente la realtà.
Oppure, un consulente potrebbe aver osservato tre firme comparative che presentano una pressione leggera, mentre l’altro basandosi sempre su tre firme comparative potrebbe aver osservato una pressione calcata.
Chi ha ragione?
In realtà, ciascuno potrebbe aver osservato soltanto una porzione limitata e selezionata del fenomeno non sufficiente a definirlo.
Nella grafologia forense il problema diventa ancora più complesso quando le valutazioni vengono svolte nell’ambito di una consulenza di parte.
Il consulente tecnico di parte riceve un mandato all’interno di una controversia e opera inevitabilmente a contatto con una ricostruzione già formulata dal cliente e dal difensore. Questo non significa che debba sostenere una tesi a ogni costo, né che la sua valutazione sia necessariamente meno attendibile.
Significa, però, che deve essere particolarmente consapevole del rischio di selezionare, valorizzare o interpretare gli elementi in modo coerente con l’ipotesi della parte assistita, attraverso bias di conferma; per questo quando possibile mi faccio autorizzare ad eseguire una revisione tra pari in cieco.
Il pericolo non consiste soltanto nell’omissione volontaria di dati contrari.
Molto più spesso agiscono processi inconsapevoli:
- si attribuisce maggiore importanza agli elementi favorevoli alla propria ipotesi;
- si considerano secondarie le divergenze che la indeboliscono;
- si cercano spiegazioni alternative soltanto per i dati incompatibili con la tesi sostenuta;
- si interpreta l’ambiguità in modo coerente con le aspettative iniziali;
- si utilizzano esperienze professionali pregresse come conferma della conclusione già maturata.
È il terreno nel quale possono operare bias di conferma, ancoraggio, ragionamento motivato ed effetto contesto.
Per questo due consulenti possono esaminare lo stesso documento, osservare caratteristiche grafiche in parte coincidenti e, nonostante ciò, attribuire loro un significato completamente diverso.
La divergenza non dipende necessariamente da ciò che è stato visto.
Può dipendere dal peso assegnato a ciascun elemento, dalle ipotesi prese in considerazione e dal modo in cui sono state gestite le informazioni contrarie alla propria conclusione.
Il compito del consulente non dovrebbe quindi essere quello di dimostrare che la tesi della parte è vera.
Dovrebbe essere quello di verificare se tale tesi sia tecnicamente sostenibile, confrontandola con ipotesi alternative e dichiarando con trasparenza anche gli elementi che la indeboliscono.
Una consulenza realmente scientifica non si riconosce dall’assenza di incertezza, né dalla forza con cui viene affermata una conclusione.
Si riconosce dalla possibilità di ricostruire il percorso che ha condotto a quella conclusione e nella gestione dell’incertezza.
Occorre quindi domandarsi:
- il materiale comparativo è sufficiente, genuino e rappresentativo?
- gli elementi osservati sono stati descritti in modo verificabile?
- sono stati considerati anche i dati contrari alla tesi sostenuta?
- le ipotesi alternative sono state realmente esaminate oppure soltanto escluse?
- il peso attribuito ai singoli elementi deriva da dati affidabili o dall’esperienza personale del consulente?
- il grado di conclusività è proporzionato alla qualità e quantità delle evidenze disponibili?
La soluzione non consiste nello stabilire quale professionista abbia più anni di esperienza, né quale relazione utilizzi espressioni più categoriche.
Consiste nel valutare quale elaborato presenti il metodo più trasparente, la migliore qualità dei dati, la più corretta gestione delle ipotesi alternative e una conclusione realmente proporzionata agli elementi disponibili.
L’esperienza rimane indispensabile.
Ma quando non viene sottoposta a controllo può condurre due professionisti, entrambi competenti e in buona fede, verso conclusioni opposte e ugualmente convincenti.
Il metodo scientifico serve proprio a questo:
non a eliminare ogni divergenza, ma a rendere visibili le ragioni del contrasto e a distinguere una conclusione tecnicamente fondata da una tesi semplicemente ben argomentata.

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